Rubriche
La mia macchina
Claudio Morici | 25-11-2007 | ITA
Dalla penna di un giovane scrittore specialista di non-luoghi fisici e mentali, le avventure di un viaggiatore immobile. Fotografia di Paolo Lecca

L'"identificazione proiettiva" è un concetto psicoanalitico piuttosto complesso. Consiste essenzialmente nel proiettare parti del proprio sé in oggetti esterni, che acquistano quindi una particolare valenza relazionale. Ciò avviene per due motivi:
1) la persona sente il bisogno di proiettare una parte di sé fuori, perché teme che questa parte, essendo "cattiva", possa distruggerlo da dentro;
2) la persona vuole proiettare all'esterno una parte di sé "buona", per proteggerla dalle altre parti del sé cattive, che tiene all'interno.

foto La mia macchina Posso parlare in questo modo e comprendere fino in fondo il significato di queste parole perché mi sono laureato in psicologia a 23 anni con 110 e lode, sono iscritto all'albo, ho lavorato 3 anni con disagiati mentali e alla fine ho capito.
Ho capito molte cose, ho capito ad esempio che se uno ti sputa sui pantaloni nuovi, ti incazzi. Ma mica per altro, perché c'hai l'identificazione proiettiva.

Oggi posso dire che la mia macchina mi ha insegnato di più. La mia fantastica Ford Fiesta del '96, grigia metallizzata, tettino apribile (quando funziona). Mi ha insegnato molto perché ci faccio degli esperimenti. Ormai da anni. Esperimenti che mi fanno capire cose su di me e sul mondo. Come quello della pallina di cenere.

Dunque, nella mia macchina ci sono queste due levette dell'aria, illuminate da due strisce, una blu e una rossa. Sopra quella rossa, più o meno a metà, c'è una pallina di cenere. Probabilmente ci è andata cadendo da una sigaretta, mia o della persona seduta accanto. Me ne sono accorto a giugno. Sono passati mesi e la pallina di cenere è ancora lì. O almeno l'ultima volta che ho preso la macchina, c'era. Oggi ricontrollerò. Nel pomeriggio.

Ho caricato in macchina tantissime persone in sei mesi. Nessuno si è accorto della pallina di cenere. Eppure quella stava lì. Sarebbe bastato soffiarci sopra. Dargli una schicchera. E invece niente. Sarebbe potuto succedere che ci cascasse qualcosa sopra, che con lo sportello aperto fosse entrato un po' di ventoÂ… Niente. Sta ancora lì. Ci giurerei. Dopo vado a controllare. Tra l'aria calda e l'aria fredda. Nessuno si è accorto di lei. Eppure c'era. C'è.

E' una piccola cosa, lo so. Ma sto studiando anche la risposta emotiva al ritrovamento di oggetti significativi. Funziona così: nella mia macchina lascio tutto quello che mi capita, senza preoccuparmi di riportarlo a casa perché forse mi serve, perché altrimenti me lo fregano o perché potrebbe rompersi sotto i piedi. Risultato: la mia macchina è un incrocio tra un armadio, un baule e un grande secchio dell'immondizia.

Poi ogni 2-3 mesi pulisco tutto.
Può succedere ovunque. Magari sto per strada e mi fermo accanto a un cassonetto, prendo una busta e do una pulita. In questi momenti penso qualcosa del tipo: "Sono depresso e sfortunato. Non metto ordine e cado a pezzi come la mia macchina". E comincio a pensare a molti anni fa quando discussi con il mio psicanalista. Lui sosteneva che se uno ci tiene nel vestirsi, significa che vuole prendersi cura di se stesso. E io gli dicevo "no". E lui ripeteva "Se uno ci tiene nel vestirsi, certo che significa che vuole prendersi cura di se stesso". E io sempre "no, non è detto". E lui "sì". E io "no". C'eravamo fissati. Ma quando mi fermo in mezzo alla strada, tiro fuori la busta e comincio a pulire, penso che il mio ex analista aveva ragione. Penso anche che sono un depresso cronico e cado a pezzi. Che non so mettermi in ordine. Che la rappresentazione del mio spazio mentale è questo secchio della mondezza a benzina. Certo, si tratta solo di momenti e il mio psicoanalista era uno stronzo.

Comincio sempre dai fogli di carta. Li individuo sparsi dappertutto. Vedo di che si tratta, stropiccio e metto dentro. Proprio due settimane fa ho trovato un foglietto di carta di mesi prima, l'ho riconosciuto subito, mi ero dimenticato l'agenda e lo avevo usato per scrivermi tutto quello che dovevo fare durante la giornata: bollette; mandare e-mail a Giovanni, Luca, Nazione Indiana, Daniele Brolli; finire testo Semafintek; spedire curriculum Kpr; ore 15 appuntamento Paolo Lecca; comprare Linus; Bibli.
L'ho scritto 3 mesi fa. Lo leggo e penso che poi Paolo Lecca l'ho visto e ormai sono passati 3 mesi e ci sono diventato amico e stiamo facendo questa cosa dei fotoracconti. Che Daniele Brolli mi ha risposto. Che i tipi di Nazione Indiana non mi hanno risposto. Penso a piccole cose che quei giorni non sapevo. Penso che leggendo Linus mi sono chiesto chi era il traduttore di Doonesbury e a un certo punto c'era il nuovo Linus tutto dedicato a lui, Enzo Baldoni. Penso a quello che ho scritto oggi sull'agenda. A quello che non so. A quello che ancora non so. Al tempo. Insomma, non è pochissimo.

Poi mi accorgo che sul sedile di dietro ho lasciato almeno 2-3 maglioni, gli stessi che non trovavo più. Li prendo e li odoro, sanno di macchina. C'è anche uno zainetto nel portabagagli da un paio d'anni. C'è uno scontrino del cinema. C'è un racconto che mi ha dato un ragazzo. C'è una macchinetta fotografica da 20 euro che si è dimenticata la sorella di Filippo. Era la prima volta che la vedevo: una ragazza dolce e pazza. Con il fratello che la portava in giro, che s'attaccava con chi la prendeva in giro, e lei a fotografare tutti e a litigare per il flash in faccia, per i tipi che facevano battute sui suoi capelli. Ci siamo lasciati alla fermata del notturno. Loro tranquilli e io che mi sentivo in colpa a vederli lontano, lei e i suoi capelli assurdi, tutti e due che mi salutavano. E la sua macchina fotografica dimenticata dentro al cruscotto. Ecco, non gliel'ho più ridata. Gli ho telefonato a Filippo, gliel'ho detto, ma poi ci siamo dimenticati. E nemmeno ho sviluppato il rullino, l'ho tenuto dentro il cruscotto, con tutti i negativi neri, perché lei, la sorella, ha fatto foto bellissime, con i suoi riccioli duri come scogli, il suo ragionamento a fiocco, foto bellissime che ora non è che puoi andare a svilupparle da nessuna parte, basta la sua macchinetta nella mia macchina, eccola qui, sono le foto più belle del mondo, mica le sviluppo, mica sono pazzo, mica posso alzarmi entrare in macchina e massacrare la pallina di cenere.

La busta è già piena. Ci metto dentro anche un flyer del Metaverso. C'è un pacchetto di cartine Rizla. C'è una copia di Leggo di marzo. C'è una locandina del mio libro Derrumbe. C'è la bomboniera del matrimonio di Daniele. C'è il volantino di Dress, un negozio di abbigliamento. C'è lo scontrino della stampante. C'è una foto di Lucia. C'è un biglietto del treno per Firenze. C'è uno sconto per il Circo Acquatico a Cava dei Selci. C'è una scatola di batterie. C'è una scatola di Menthos vuota. Ci sono 3 vecchie cassette dei Levia Gravia, che ancora non riesco a buttare. Sarà per la prossima volta.

E poi c'è il ricordo del tempo trascorso in macchina. Un altro dei miei esercizi. Guidare è un'attività che altera il tono del pensiero. Guidare per 40-50 minuti equivale a una ventina di minuti di televisione. L'esercizio consiste nel chiedermi cosa ho pensato, stamattina, ieri pomeriggio, addirittura pochi minuti fa, stando in macchina. Penso: questa mattina ho fatto l'Appia, ho preso la tangenziale. Ero incazzato perché c'era traffico, ho pensato certamente alla serata di ieri a cena da Mario. Siamo stati abbastanza bene ma c'aveva amici stronzi. Ho pensato a questo, credo, per 5-10 minuti. E poi? Il viaggio è durato più di 40 minuti, per il resto del tempo che cosa ho fatto? Qual è stata la mia esperienza interna? Non riesco mai a ricostruirla. C'è sempre un vuoto, un salto. Una vita parallela dove uno sta sul divano mezzo rincoglionito da cent'anni.

Ma l'esperimento più divertente è rischiare di rimanere a secco. E' qualcosa che ha a che fare con il mistero. Lo faccio settimanalmente, tenendo autonoma una parte del mio pensiero. Sono il soggetto sperimentale, l'oggetto sperimentale e il benzinaio allo stesso tempo. Ho delle ipotesi sull'ago del serbatoio. Non posso sapere con certezza il punto di non ritorno. Ho sviluppato un'immagine della lancetta a circa un millimetro sotto la linea rossa. Così, sospesa, appesa al nulla. In uno spazio informale. Uno spazio in cui ti dicono che non dovresti più camminare eppure cammini ancora. Pure con la lancetta penzoloni. Nessuno te ne parla perché sarebbe pericoloso. Preferiscono far finta che il mondo finisca prima, così ti preoccupi, eviti l'intermezzo. Quando invece potresti spostarti ancora per un po', senza bisogno di nulla, senza soldi, senza bisogno di qualcuno che ti ficchi una pompa. Ma quanto? Quanto ancora? E cosa succede pochi minuti o pochi secondi prima che tutto si fermi? Qualcosa di importante. Ne sono sicuro. Sono anni che provo questa cosa di andare sotto la riserva. Anche in vacanza. Anche in autostrada, quando non so dove si trova il prossimo benzinaio. Chiudo gli occhi posso vedere la lancetta al suo limite, pensando che forse può scendere ancora qualche millimetro. La vedo bene. Me la immagino tante di quelle volte. L'immagine mi viene da sola, tac, l'aghetto della benzina.

Ad oggi sono rimasto a piedi una sola volta. L'altr'anno. Proprio a San Lorenzo, vicino la facoltà di psicologia. Guarda caso. La macchina l'ho lasciata lì. L'ho spinta fino a un parcheggio vuoto. Era sabato mattina. Agosto. Non c'era in giro molta gente. Il benzinaio più vicino stava a mezzo chilometro. Stavolta non ce l'avevo fatta. La macchina si era fermata dopo un paio di singhiozzi, ma l'ago non era più sotto del solito. Allora ho capito: a un certo punto si ferma. Continui a finire la benzina, ma lui non se ne accorge più. Era logico, eppure non ci avevo mai pensato. Mi sono fatto qualche chilometro in terra di nessuno. Poi, tac, la macchina si è fermata. Sono sceso ed ero ancora in un luogo non descritto. Avrei camminato fino al benzinaio. Prima però, senza sapere il perché, mi sono ritrovato all'entrata della mia ex-facoltà. Poca gente di sabato mattina. Mi sono seduto sulla ringhiera pensando che forse avrei incontrato qualcuno che conoscevo. Stavo già pensando alla risposta in caso mi avessero chiesto "che fai?". Avrei detto qualcosa del tipo: "Mi occupo di scrittura strategica".

Quella mattina non dovevo fare proprio nulla. Era sabato. Ero uscito per andare a fregare qualche libro da Feltrinelli. Davanti all'entrata della facoltà era il deserto. Me ne stavo con quest'immagine in testa, come l'ago della benzina. Mi veniva in mente l'esatto momento in cui la macchina aveva cominciato a singhiozzare, fino a fermarsi completamente. All'inizio non ho pensato alla benzina e invece, tac, si è fermata. Ho aspettato qualche secondo e ho provato a riaccendere, ma niente. Faceva un rumore strano. Mai sentito.

Stavo seduto davanti a psicologia, ma ero esattamente in quel momento, in quello spazio dove l'ago non segna più niente. è stato dopo un po', non saprei dire quanto, che è passata lei. Non l'ho riconosciuta subito. All'inizio ho pensato: "Cos'ha questa?" Perché gli mancava un braccio. Nella spalla senza arto si poteva vedere una specie di taglio, ancora rosso, con i punti. Tutto il corpo dava questa idea di asimmetrico. Si è accorta che la guardavo, mi ha sorriso e ha fatto una giravolta. Un incubo. "Dov'è la polizia?" Pensavo. Ma non so perché. Lei mi punta gli occhi e fa: "Guarda! Guarda!". Credo di essere rimasto con la faccia assolutamente normale, stretta in mezzo tra l'orrore in se stesso e la paura di sembrare spaventato.

Allora l'ho riconosciuta. Era una signora che seguiva le lezioni, non ricordo a che anno, le lezioni di Carli, ho fatto la tesi con lui. Sarà stato 5 o 6 anni prima. Ricordo che andava in giro con il braccio fasciato e io mi chiedevo cosa avesse. Quando doveva passare era sempre incazzata, perché nessuno sembrava accorgersi del suo braccio. Ora gliel'avevano amputato.

Si è messa a guardare l'ingresso principale della facoltà e ha cominciato a tirare fuori dalla bocca insulti estremi, drammatici, probabilmente illegali, contro i medici. Ce l'aveva con i medici e con gli psichiatri. Diceva che erano dei criminali. Che l'avevano uccisa. Ma diceva cose talmente lontane dalla mia sfera conscia che non le ho neanche ascoltate, per evitare di doverle rimuovere. A un certo punto se n'è andata, così come era venuta. Da lontano. Io ho aspettato un po' e poi sono andato verso il benzinaio. Mentre camminavo guardavo tutte le macchine e quello che c'era dentro. Un portafortuna, un quaderno, un maglione e a volte nulla. Che era ancora più significativo.

Io lavoro, passeggio, aspetto, vado in macchina, mangio, faccio l'amore, scherzo, litigo, sto male, sto bene, accendo una sigaretta, uno di questi giorni vado al cinema, conosco delle persone, mi giro quando sento il mio nome, ho un paio di progetti per il futuro, guardo la tv, apro lo sportello. E poi, all'improvviso, tac.
Finisce la benzina.
Note
Attualmente disperso in America Latina, Claudio Morici è già noto come scrittore e narratore di non-luoghi psichici e fisici: da Matti slegati (Stampa Alternativa, 2003), Derrumbe, il fungo ha mangiato me (Valter Casini, 2004), da Teoria e tecnica dell'artista di merda (Valter Casini, 2004) ad Actarus. La vera storia di un pilota di robot (Meridiano Zero, 2007).

Questo racconto fa parte di una serie di 5 fotoracconti in cerca di editore. I singoli testi sono già stati pubblicati, separatamente, su riviste online e cartacee. "La mia macchina" è comparso anche su FaM. La presente versione è stata rieditata.