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Andreoli di Nazareth
Marco Andreoli | 30-06-2008 | ITA

Da un’idea a un format. Dal format a un blog. Dal blog a una performance teatrale in continua evoluzione. Ecco come si trasforma il teatro contemporaneo.

Andreoli di Nazareth non è il titolo di uno spettacolo teatrale.
Semmai è il nome di un format; un format per la scena teatrale, d’accordo; ma pur sempre un format.

Qualche anno fa mi è capitato di lavorare sulla produzione drammaturgia di José Saramago. Il premio Nobel per la Letteratura 1998 è infatti autore di quattro testi teatrali: tutti commissionati e, a dire il vero, di qualità inferiore anche rispetto ai suoi romanzi meno riusciti. In ogni caso ben tre di questi trattano faccende direttamente connesse con la religione cattolica. Lui, José, che si è sempre dichiarato ateo e comunista e che dopo la pubblicazione del suo ottavo romanzo, Il Vangelo secondo Gesù, è stato accusato di blasfemia direttamente dalle gerarchie vaticane, ancora oggi continua a sorprendersi del fatto che «normalmente non si parli più di Dio».

In effetti, anche se la nostra cultura - l’11 settembre non c’entra niente, non date retta… - ha già oltrepassato da qualche tempo la soglia oltre la quale l’intolleranza reciproca tra credenti e agnostici può trasformarsi in qualcosa di imprevedibile, molti di noi, quale che sia la formazione intrapresa o ricevuta, avvertono, sopra le proprie teste, la presenza di un “buco a forma di dio” - espressione, questa, variamente attribuita a Sant’Agostino, a Salman Rushdie o agli U2 - sempre più difficile da ignorare.

E malgrado ciò - o proprio in seguito a ciò - mi pare chiaro che Saramago abbia ragione: si parla poco di Dio. Non di Chiesa, in effetti. Ma di Dio sì.

Andreoli di Nazareth, si diceva, è il nome di un format. Ed è poco importante che si tratti di un format teatrale. ADN è una formula, un contenitore che, nelle intenzioni, intende coniugare arte e informazione, ricerca e dibattito, ibridazioni possibili e denominatori vari, in un unico contenitore tematico; un contenitore che potrebbe avere la seguente etichetta: l’avvertimento della spiritualità nell’età contemporanea.

Non si tratta di un format protetto. Anche perché la sua struttura risulta essere estremamente semplice: una sequenza di blocchi eterogenei nei modi, nei fini e nel linguaggio, ma sempre contraddistinti dal tema; sia esso trattato in forma diretta o indiretta, con piglio dogmatico o con intenti rielaborativi, con arte o senza parte.

Io credo - questo lo credo davvero - che esistano due possibilità, purtroppo contrastanti, di affrontare la religione di stato. O ci si affida ai divulgatori ufficiali del Verbo - e allora va bene tutto; anche ciò che paradossalmente contrasta col Verbo stesso - oppure si applica quello che dovrebbe essere il primo comandamento laico: “Non abbandonare mai il tuo senso critico”.

Nel primo caso, ad esempio, si trova il modo di far conciliare - il verbo non è scelto a caso - un libro sacro in cui si afferma, e per ben tre volte, che un ricco ha meno possibilità di entrare nel regno di Dio di quanto un cammello ne abbia di passare per la cruna di un ago (Mc 10,25; Mt 19,24; Lc 18,25), con l’oro di cui è rivestito il Papa, i cardinali e tutto il Vaticano, l’unico stato al mondo che non prevede norme antiriciclaggio.

Il mio lavoro di ricerca e raccolta è cominciato quattro anni fa quando, con gli attori della compagnia Circo Bordeaux, organizzai un gruppo di lavoro estivo a Gualdo Tadino, in Umbria, nella casa di mia nonna e nella valle soprastante, chiamata “sorda”: lì, per due settimane, abbiamo lavorato sulla Bibbia; e su testi - come il sorprendente (vi prego, leggetelo!) Il tempo dei miracoli di Borislav Pekic - che della Bibbia si alimentano.

È da allora che questa storia del cammello mi manda al manicomio. Non capisco perché una persona credente e intelligente – ci sono un sacco di intelligenti tra i fumatori, figuriamoci tra i credenti – non noti, e con indignazione, questa e altre contraddizioni. Sembra, insomma, che vada tutto bene. Va bene anche che nessuno dei preti informi la platea indulgente che la parola “cammello” è il frutto di una traduzione errata di san Geronimo; visto che proviene dal greco “kamilos”, nome del cavo d'ormeggio utilizzato per legare le barche ai moli.

Ci ho provato ad andare da preti e fedeli; ho chiesto ad esempio: “Ma come fai ad accettare che il Vangelo condanni la ricchezza ma anche che la chiesa viva nel lusso?”
Questa è una domanda critica. In cinque anni nessuno mi ha dato una risposta convincente. Di solito mettono su un mezzo sorriso, qualcuno sbuffa, qualcun altro ciancica due parole inutili.

Ma Andreoli di Nazareth non persegue lo scopo di attaccare le Alte Sfere; né, certo, di difenderle. Piuttosto nasce con lo scopo di trattare, in modo evidentemente parziale ed evidentemente squilibrato, un tema fisso, ma ampio al punto da poter essere in-comprensibile.

Che poi, tornando alla letteratura, se non fossi partito per questo viaggio, forse non avrei mai letto uno dei più bei romanzi di sempre: la Sacra Bibbia; un romanzo, dice Twain, che “ha storie che grondano sangue e abbondanza di oscenità”.

Oggi ADN ha la forma di un one man show – meglio: di un one man what? - ma è solo perché nessuno ha ancora voluto prendere parte alla faccenda. Mi piacerebbe che i prossimi ADN – che, va detto, mutano forma di volta in volta contrastando, non fosse che per questo, l’idea di replica teatrale – fossero sempre più pieni di ospiti: l’attore che racconta la storia di Giuda, l’artista digitale che rilegge, in 2.0, la vicenda della Creazione; ma anche il prete che demolisce tutto il mio lavoro, il testimone di Geova che racconta il “porta a porta”, l’ateo radicale che ci spiega come sia dannoso perdere tempo in questo modo.

Sono nato nel '74, ho fatto catechismo comunione e cresima. Ho incontrato decine di preti imbecilli e tre o quattro sacerdoti straordinari. E ho sempre avuto paura della confusione delle mie idee; e, in ultima analisi, della debolezza delle mie credenze. Cosciente di quanto la religione – ma anche altre sostanze oppiacee - possano aiutare in tante occasioni.

Forse sono tutte qui le cause per cui sono arrivato a questo punto. Che, inutile dirlo, rappresenta un momento di crisi.

Ho studiato per fare l’attore. E poi ho studiato per fare l’insegnante.
Solo che non mi sono mai sentito un attore; né tanto meno un insegnante. Anche se è con questo mestiere che mi guadagno da vivere.
A pensarci bene, ADN è una forma ibrida che cerca di coniugare queste due esperienze. Per interpretarne una terza: quella del percorso spirituale.

Strano. Se oggi penso al teatro, alla scuola e alla religione, immagino tre cadaveri. O magari tre malati terminali; ma solo se la giornata è particolarmente bella.

È che forse non mi voglio proprio rassegnare al fatto che se polvere siamo, polvere torneremo.

(30 giugno 2008)
Il lavoro di Andreoli di Nazareth è anche un blog, nel quale, con il solito modo disordinato, cerco di raccogliere materiali e proposte. Ogni intervento in questo senso - o in altri sensi al momento imperscrutabili - è decisamente ben accetto.

È possibile vedere su YouTube i primi test tecnici, effettuati ad aprile 2008, per la scena di chiusura della performance: video 1; video 2.
Il protagonista è Dio in persona.
Nella versione finale anche la bocca, oltre agli occhi, è stata sostituita da una protesi digitale.

Vai alla locandina dello spettacolo Andreoli di Nazareth

Il prossimo appuntamento con Andreoli di Nazareth – per chi vive a Roma e dintorni – sarà:
mercoledì 2 luglio 2008 – h. 21.00
rassegna “Ubu fuori porta”
presso il Museo Civico “U. Mastroianni” – piazza Matteotti 13, Marino.
Per il programma completo della rassegna, si veda Ubusettete.