Rubriche
La penna e la dialettica
Maria Agostinelli | 25-11-2007 | ITA
L’inedita, o quasi, avventura turca di Georges Simenon. Da inviato speciale di Paris-Soir, lo scrittore belga racconta il suo incontro con il comunismo.

Quando Simenon intervistò Trockij correva l'anno 1933. In Italia il fascismo festeggiava la sua prima decade, mentre gli stati europei cominciavano a raggomitolarsi in due coalizioni che, seppure non ancora in aperto conflitto, si avviavano su fronti avversi. In Russia, Stalin aveva cristallizzato in dittatura quel magma che lo stesso Trockij aveva contribuito a far esplodere. Ma adesso, dopo il confino, l'irrequieto "ribelle" comunista si ritrova costretto all'esilio, nella calma sorniona dell'isola di Prinkipo, in Turchia. Ed è proprio qui che incontrerà Georges Simenon.

"In quegli anni Trockij" - commenta Fabrizio Denunzio, curatore della poco nota intervista, pubblicata nel 1998 dalla Oedipus - "è ormai fuori dai giochi, ma sta cercando instancabilmente di riorganizzare una sorta di resistenza a Stalin. Questa intervista avrebbe in qualche modo dovuto preparare il terreno al suo soggiorno francese. La Francia è rimasta un po' la patria culturale dei trockisti".

Ed ecco che allora, da Parigi, il quotidiano Paris-Soir mette in mano al trentenne Simenon - già scrittore, già viaggiatore e già suo redattore - l'opportunità di firmare un incontro con la Storia. Simeon parte, ma ha preventivamente comunicato le proprie domande (tre) al politico, il quale, onde evitare fraintendimenti, gli consegnerà le risposte per iscritto. È un colpaccio, uno scoop.

Al suo arrivo, la bella e assolata Turchia frastorna lo sguardo dello scrittore belga, che per un istante dimentica il suo ruolo di cronista per concedersi alla pura narrazione: "Qui, una riva si chiama Europa e l'altra Asia. [...] Le persiane sono chiuse, ma i giardini sono pieni di rose così grandi da sembrare obese. Sullo sfondo s'intravede il mare blu, piatto. [...] Tutto è così calmo, così immobile, l'aria, l'acqua, le foglie, il cielo, che si ha l'impressione, al passaggio, di spezzare i raggi del sole".

Da subito Simenon invita il lettore a confondere i piani: è un'intervista a Trockij, certo, ma è anche il gioco letterario di Simenon su Trockij. È giornalismo e affabulazione. Europa e Asia. Mediterraneo e Mar Nero. È Turchia, ma potrebbe anche essere Francia. E perché no? Simenon accosta il domestico all'esotico, finge di trovarsi in una dimensione onirica, nella quale i traghetti turchi si trasformano in péniche sulla Senna e le case bianche del Mar di Marmara rivelano in trasparenza quelle della Costa Azzurra. "Per avere un incontro con Trockij, eccomi su di un ponte più brulicante del Pont Neuf parigino, che unisce la vecchia e la nuova Costantinopoli, Stamboul e Galata. Perché mi sto lasciando andare all'impressione di una domenica di bel tempo sulla Senna, dalle parti di Saint Cloud, di Bougival o di Poissy? Non ne ho idea".

Non si tratta di mera nostalgia: Simenon sa che deve riportare in Francia, alla Francia, l'idea di un uomo - Trockij - che non gli sia estraneo, ma familiare. Tanto familiare che persino la Turchia potrebbe essere "casa". Con l'abilità che gli è propria, nel creare e ricreare atmosfere, sta prendendo la rincorsa, sta oliando gli ingranaggi della sua macchina narrativa. Ci lascia sospesi, immobili, così com'è immobilizzato dalla storia rivoluzionaria quell'oscuro quanto celeberrimo uomo politico che stiamo per conoscere. Ed eccoci a pensare: ora verrà! Siamo pronti ad accoglierlo. Vogliamo accoglierlo. E invece no: Simenon deve ancora presentarci le sue guardie del corpo, i suoi ospiti, il suo segretario, la sua casa, la sua barca. Deve ancora farci sentire sulla pelle l'atmosfera che fa l'uomo.

"E poi, alla fine, eccolo: arriva Trockij", continua Denunzio. "Ora che ci penso, questo progressivo avvicinamento mi sembra un lungo piano-sequenza, un'inquadratura che parte da un campo totale per restringersi e farci scoprire lentamente il suo oggetto principale. Simenon, quindi, crea l'atmosfera adatta al personaggio, tanto che alla fine l'intervista vera e propria, paradossalmente, diventa quasi un accessorio".

E difatti Trockij non viene descritto. Ce lo ritroviamo davanti improvvisamene, distrattamente, fatalmente. Sentiamo le sue parole (la cosa più importante: le parole), ma non vediamo i suoi occhi. Sembra polverizzato nel Verbo. Su ventisette pagine d'intervista solo sette contengono le sue risposte, parlano con la sua voce: eppure, lui è ovunque. Dopo la prosa mitopoietica di Simenon, le sue considerazioni (già scritte, appunto, e poi così asciutte, analitiche) appaiono più forti, quasi che vengano da un'altra epoca, da un'altra dimensione: dalla dimensione eroica di chi il suo contributo alla Storia l'ha già dato, ma ora...

Ora c'è Hitler. E di lì a pochi anni i boulevard parigini, tanto amati da Simenon, saranno occupati dalle bandiere con la croce uncinata. All'epoca, né l'uno né l'altro potevano avere un'immagine tanto precisa dell'eccidio a venire, ma un vago sospetto anima la prima domanda di Simenon, sull'importanza della razza nei fenomeni politici e nei possibili conflitti bellici. Risposta di Trockij: "Se oggi, nel XX secolo, i nazisti propongono di voltare le spalle alla storia, alla dinamica sociale, alla civiltà, per tornare alla "razza", allora perché non tornare più indietro: l'antropologia - non è vero? - è solo una branca della zoologia. Chissà, forse è nel regno degli antropopitechi che i razzisti troverebbero le ispirazioni più elevate e indiscutibili per la loro attività creatrice". È lucido. Pungente. Ironico, suo malgrado. Simenon incalza. Chiede della durata e della natura delle dittature europee e, ancora una volta, Trockij, imperturbabile, risponde: "Vuol sapere se considero le dittature episodiche o temporanee? Peccato! Non posso far mio un pronostico tanto ottimista. Il fascismo non è provocato da una psicosi o da un'isteria (come si consolano i teorici da salotto, del tipo del conte Sforza), bensì da una profonda crisi economica e sociale che, impietosamente, corrode più di ogni altra il corpo sociale dell'Europa".

E la democrazia? Davvero non può nulla contro la dittatura? Per Trockij è soltanto "un sistema di commutatori e di isolanti contro le correnti troppo intense della lotta nazionale e sociale. Nessuna epoca, nella storia umana, fu saturata di tanti antagonismi come la nostra. [...] Sotto una tensione troppo forte dei conflitti di classe ed internazionali i commutatori della democrazia fondono o vanno in escandescenza. Questi sono i cortocircuiti della dittatura".

Siamo sul piano della pura dialettica storica. Le parole di Trockij sembrano scollate dalla realtà che ribolle nel Vecchio Continente; eppure, questo distacco lo aiuterà a essere quanto mai lucido quando, più tardi, anticiperà le brusche oscillazioni dell'economia europea, la sparizione della media impresa e l'eclissi del primato europeo in favore di quello americano. E sebbene cinico, sarà lungimirante nel rispondere alla terza ed ultima domanda di Simenon, circa la possibilità di una guerra: Trockij dà per scontato il conflitto, arrivando quasi ad annunciarne la data. Non sarà questione di mesi, ma neanche di decenni: "Mi sembra che non ci si renda abbastanza conto dell'estensione di questo pericolo. [...] Considero come assolutamente inevitabile un'esplosione bellica ad opera della Germania fascista. Ed è proprio tale questione che può diventare decisiva per le sorti dell'Europa". E poi aggiunge: "Io non ho dubbi che, alla fine, l'umanità troverà la propria strada. Tutto il passato ne è garanzia".

Sono le ultime parole dell'intervista ufficiale. Simenon tenta ancora una domanda sul possibile ritorno in U.R.S.S. di Trockij, ma l'intervistato è già con la mente altrove. Poi possiamo immaginare lo scrittore belga, soddisfatto, che infila in borsa i fogli dattiloscritti, saluta cordialmente il suo ospite e, dato un ultimo sguardo intorno, riprende la via di casa: Saint Cluod, Bougival, Poissy.

Quello che resta è un colloquio che oscilla tra oralità e scrittura. Tra russo e francese. Tra Storia e narrazione. Ma è anche un documento, una testimonianza, una riprova del destino. In parte è uno scontro fra titani, fra due diversi modi di intendere "l'altro": le masse anonime di Trockij da una parte e quelle rumorose, presenti e pressanti di Simenon dall'altra. Ancora Denunzio: "Mentre noi sentiamo il farsi della storia attraverso un grosso personaggio storico, ossia Trockij - che però risponde seccamente e fa un'analisi politica - dall'altra parte quello stesso personaggio è presentato in modo letterario [...] Simenon è sempre stato un maestro nella costruzione e nell'uso dell'ecceità". E con il termine ecceità, mutuato da Deleuze, Denunzio si riferisce a "tutto ciò in cui la persona è calata e a cui si concatena necessariamente, tutti i particolari che concorrono a creare quella cosa singolarissima che definiamo momento".

E Paris-Soir gongola: perché ha il suo scoop, perché lo scrittore Simenon è riuscito a far digerire al suo pubblico (le masse, appunto) un politico "scomodo" come Trockij, amato e odiato. Un politico che non concede vie di fuga, che non ha nessuna immagine conciliante del suo tempo, un teorico marxista e addirittura un rivoluzionario. Un politico che, però, vuole arrivare alle "masse", utilizzando Paris-Soir e la penna del suo giornalista e che, alla fine, si concede anche lui, uomo, ai sogni delle masse: "L'umanità troverà la propria strada. Tutto il passato ne è garanzia".

Peccato che l'accoppiata Simenon-Trockij sia oggi pressoché introvabile: prima di questa edizione italiana - pubblicata dalla piccola casa editrice Oedipus e distribuita in poche centinaia di copie in Campania - c'era solo quella di un gruppo di trockisti svizzeri. Un errore? Una dimenticanza? Un dolo? "Forse non c'è un motivo specifico" - spiega Denunzio - "è una di quelle tipiche tracce della nostra cultura che rimangono sospese, in attesa. Il valore vero di questa intervista è nel fatto che c'è stata, e nel fatto che al suo interno vengono messe a confronto due dimensioni: l'immaginario e la politica, la narrazione e la storia, il romanziere e il rivoluzionario". Simenon e Trockij. Appunto.