Rubriche
Made in Italy
Francesca Garofoli | 30-06-2008 | ITA

Quattro luoghi per raccontare un paese: l’Italia. Da Genova a Cogne, da Bologna a Palermo. Romanzi, monologhi teatrali e inchieste per dar voce a sentimenti collettivi e realtà negate.

Salvatore detto Turi è nato a Palermo. 50 anni fa. Ma a Salvatore Palermo non è mai piaciuta.
C’è troppa disarmonia, racconta. Salvatore a 11 anni chiese a suo padre di mandarlo in collegio, perché lui con la disarmonia proprio non ci sapeva convivere.
La mia infanzia è lì, in quel collegio, nell’ordine e nel silenzio di quelle mura che mi proteggevano, nell’odore di cera dei pavimenti e del caffelatte la mattina in refettorio.
Salvatore quando ti parla della sua Sicilia, ti racconta solo di odori e colori: della campagna, attorno a Palermo, in quella che un tempo era la Conca d’oro, per via degli agrumeti, su a perdita d’occhio fino ai monti di Monreale e anche oltre. Adesso, se da Monreale guardi al mare ci sono solo tetti.
Tegole e lamiere che si mescolano in un’enormità che rinnova lo stupore. Perché dal basso Palermo ti sembra a malapena un paese: che a piedi in 20 minuti vai dal Massimo a Palazzo Reale e dai Quattro Venti ti convinci che tutto sia a un passo. Poi la vedi da fuori, quell’enormità di tegole e lamiere, e ti viene il dubbio che te l’hanno nascosta, che l’hanno tirata su in una notte.
Io a differenza di Salvatore Palermo l’adoro. Forse perché non ci sono nata. Forse perché non ci vivo. A me non disturba se il centro storico di Palermo sembra la casba di Marrakech. Anzi, mi piace. Come mi piace, da Piazza Indipendenza, guardare alla Porta Nuova (ex-porta del sole) e pensare per un attimo di essere in Cina. Mi piace la confusione di suoni, colori e odori. La camurria. Mi piace il fatto che sia la città più rumorosa che conosco, dove la gente suona il clacson per mero istinto di presenza e alla mattina ti svegli con l’eco di un nome che rimbalza da balcone a balcone e cresce e si moltiplica.
Quello che non mi piace di Palermo è il silenzio. Quello che c’è ma non si sente. O non si dice. Te ne accorgi soltanto quando improvvisamente tutto tace, come a una cena in cui uno dei convitati abbia avuto un’uscita infelice e allora cala un silenzio di ghiaccio. Che è qualcosa di più dell’imbarazzo.
Te ne accorgi quando sali su un taxi e l’autista prima affabile, d’istinto smette di parlare, perché gli dici che sei giornalista. Te ne accorgi la notte, quando puoi camminare sicuro nel pieno silenzio di una città che dorme. Sì, te ne accorgi quando Palermo smette di far voce.

A Bologna, quel settembre del 2007, ho perso un’amica. Con la Simo ci si conosceva da anni.
Università insieme e poi ognuno a far altro: lei la cantante lirica, io a scrivere; lei a Pisa, io a Roma.
Poi un giorno la Simo mi telefona: che dici, si va a Bologna per il V-day di Beppe Grillo? E io: perché no. Me lo ricordo ancora quel giorno: nella piazza c’eran tanti ma tanti che facevano il tifo, ma non era una partita; che cantavano, ma non era un concerto; che sventolavano bandiere, ma non era un comizio. Non lo so cos’era. Non lo sapevo allora e non l’ho mai capito neanche dopo. So solo che cercavo un posto per guardarla dall’alto tutta quella gente: 150.000 persone diceva qualcuno, molte di più diceva qualcun altro. E io le guardavo e non riuscivo a scordarmi quei tre milioni che nell’ormai lontano marzo del 2002 erano venuti a Roma. Con le loro bandiere rosse avevano invaso il Circo Massimo, esondando fino alla riva opposta del Tevere da un lato e fino al Colosseo e anche oltre dall’altro. E io su, dalla villa di Augusto, non riuscivo neanche a vederli tutti. Che fine hanno fatto quei tre milioni? Continuavo a chiedermi. Ce ne sarà qualcuno qua in mezzo? Adesso dove sono? Spazzati via. Come l’articolo 18, per il quale erano venuti fino a Roma. In treno al ritorno, la Simo non faceva che parlare. Era entusiasta davvero: adesso sì che gliela mandiamo a dire a quelli lì che ci governano, destra o sinistra che siano, ci hanno rotto il cazzo… E io la sentivo e non la sentivo, perché continuavo a pensare al silenzio di quei tre milioni. E a un certo punto mi arriva l’eco della sua ultima frase: io preferisco ritrovarmi fra questa cazzo di gente che farmi rappresentare da ‘sti politici del cazzo! Ci penso un attimo, poi mi esce come un sospiro: sai, a me veramente, piacerebbe essere rappresentata da persone oneste, di sicuro, ma anche da qualcuno che riuscisse a pronunciare un pensiero compiuto in italiano e senza infilarci un ‘cazzo’ ogni quattro parole. Non parlò più la Simo. Lei scese a Pisa e io a Roma.

Se mio nonno fosse stato ancora vivo, nel luglio del 2001, certe cose non me le avrebbe sapute spiegare. Persino lui, che aveva sempre una risposta saggia da darmi. Viveva a Genova Prà, mio nonno, nelle case popolari, e ogni mattina che Dio gli mandava, si alzava all’alba, spazzolava il suo vestito migliore, lo indossava, con tanto di reggimanica, e con la sua Giulietta scendeva al porto. A prendersi il caffé. Diceva che bisogna darsi delle regole, delle abitudini e che bisogna rispettarle, sempre e in ogni modo, perché solo così si conserva la dirittura morale. E lui ci credeva davvero in questa cosa della dirittura morale. L’aveva imparata da piccolo, ai tempi del Duce, e diceva che era importante, perché ricordati ninni – mi diceva – che chi nasce quadrato non morirà mai tondo. Io la storia del tondo e del quadrato non la capivo tanto bene, perché ero piccola, però dalla serietà con la quale me la ripeteva ogni volta capivo che era una cosa importante. Una lezione di vita. Un po’ mi dispiace che quel giorno, a Genova, mio nonno non ci fosse, perché avrei voluto chiedergli: nonno, chi sono i tondi e chi i quadrati?

A Cogne ci si andò un’estate. Era un paese a modo. Di quelli che non c’è neanche una carta per terra, ma appena arrivi cominci a chiederti: ma qui dov’è che si butta l’immondizia? Ammetto che mi dà una certa inquietudine non trovare i miei punti di riferimento basilari, come il secchione dell’immondizia. Quello grande, a pedale. Per la differenziata poi, si doveva andare a Cretaz.
Come in quasi tutte le località montane legate a un parco nazionale (in questo caso il Gran Paradiso), si percepiva netto l’istinto primario al raggiungimento della perfezione, modello paradiso perduto, ovvero con un paesaggio dipinto proprio come dev’essere: col verde al posto del verde, l’azzurro al posto dell’azzurro, il sole al posto del sole e i fiori al posto dei fiori. E una vaga nostalgia per un passato – quello sì perduto – di lontane glorie umbertine.
A Cogne ci si andò un’estate, ma ci si sarebbe potuti andare anche d’inverno: sarebbe stato bello lo stesso, col bianco al posto del bianco. Ce ne andammo con un dubbio: chissà se in autunno e primavera la smontano? Ma poi un giorno apro il giornale e scopro che no: in autunno e primavera Cogne non la smontano.

30 giugno 2008

Note