Rubriche
G8, colpito e affondato
Francesca Garofoli | 30-06-2008 | ITA

Scrivere, de-scrivere.
Un romanzo raccontato come un film.
Con il pollice pronto a scattare sul REC o sul PLAY, a seconda che a parlare sia il presente o il passato.
Così Roberto Ferrucci ci restituisce la memoria di quei giorni, a Genova.



REC.
Si può ricostruire una memoria storica andando a spulciare tra gli archivi dei giornali, oppure rivisitando fotografie e filmati.
Ci si può affidare alla neutra ricostruzione di un fatto: Genova Global Forum, 19-22 luglio 2001.
Si possono affiggere targhe commemorative che risuonano come un colpo di cannone a mezzogiorno: “Carlo Giuliani, ragazzo”.
S’incorniciano fotografie che segneranno il momento, l’istante della memoria, per sempre.
E le parole? Quelle in certi casi vengono a mancare. Come il respiro quando si fugge.

REW.
Ci sono voluti sei anni a Roberto Ferrucci per metabolizzare quelle immagini, l’odore dei gas urticanti – anche se ufficialmente dovevano essere lacrimogeni – le urla della gente in fuga, le imprecazioni, le botte. Sei anni per riconciliarsi con il ricordo di un evento che non cessa di essere presente. Forse perché giustizia non è mai stata fatta.
È inutile girarci attorno, nascondersi dietro le mezze parole: in Italia non è contemplato il reato di tortura. Sono cose da America Latina, avrà pensato il legislatore. No, adesso sono cose che accadono anche qui. A Genova. Sette anni fa.

PLAY.
Il racconto di Roberto Ferrucci è racchiuso tutto in una stanza d’albergo. Uno di quegli alberghi grigi, impersonali, per uomini d’affari, che non hanno tempo di guardarsi intorno. E il protagonista, infatti, non ha voglia di guardarsi attorno. Lui è lì, sei anni dopo, per guardarsi dentro. Per ricordare.
Col dito ripercorre la mappa di quei giorni: Via Tolemaide, Piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto…

STOP.
La scrittura è nitida, lapidaria come un fermo immagine.
C’erano degli indumenti intimi stesi ad asciugare. Mutandine bianche, tipo perizoma, tre paia (…) l’intimo di una coppia messo bene in vista (…) Ragazzi vestiti di nero (…) passamontagna neri (…) una grande bandiera nera arrotolata (…) un paio di occhiali da motociclista, quelli da sidecar (…) Questi, in blu (…) con quel coso azzurro, in testa (…) tute nuove, speciali, come i guanti e le maschere (…) Niente divise, qui (…) le maschere erano quelle di quando vai a fare il bagno al mare. I caschi, quelli del motorino. Le imbottiture erano la gommapiuma e il polistirolo conservati dalla mamma (…) scarpe da ginnastica (…) ginocchiere da pallavolo…

FW.
La progressione è incalzante: una corsa contro il tempo, contro la batteria della videocamera che sta per scaricarsi.
La videocamera era rimasta accesa, inquadrava ombre e piedi e righe della mezzeria sull’asfalto, la coprii col tappo, forse pensando di proteggere almeno lei dai gas urticanti (…) Ricominciai a correre tenendola in mano. Accesa. E si vedono allora dei sandali scuri corrermi accanto. Poi le mie scarpe marroni (…) un paio di pantaloni beige con delle scarpe da ginnastica grigie. Si vede un sacchetto nero che mi finisce tra i piedi. Una felpa azzurra con la faccia del Che in blu, legata in vita (…) le Adidas di Giorgio, bianche (…) una bottiglia di vetro scalciata, di birra, credo.

STACCO.
La vita continuava, paradossale, assurda. Quasi normale, per quanto fosse possibile dirlo: tre pensionati chiacchieravano fra loro, avevano l’aria rilassata di chi fa questo tutti i santi giorni della vita. C’erano motorini che andavano su e giù, un paio di signore che passeggiavano tranquille, vestite come si vestono le signore il pomeriggio, quando vanno a fare shopping. Impassibili, impeccabili, nonostante il caldo, nonostante, poco più in là, fosse in atto una battaglia di cui risuonava l’eco.

REW.
Sentii delle urla. Un coro di urla, a essere precisi. Mi girai, si girò e li vedemmo sbucare da un angolo. Gente in divisa, blu scura, nera (…) Li vedevo urlare. Non so se li ho anche sentiti. Ricordo la scena, non il suono. Sbattevano i manganelli contro gli scudi di plexiglas. Un rumore sordo, raggelante (…) Che vuoi che facciano? mi chiesi indietreggiando. Non abbiamo fatto niente noi, mi dissi aumentando i passi all’indietro. Sono la nostra sicurezza loro, no, pensai spostandomi dal loro campo visivo. Così mi hanno insegnato fin da piccolo, mi ripetei senza sapere cosa fare. E, da piccolo, ero convinto che le forze dell’ordine fossero state inventate apposta per me, per difendermi, per proteggere solo me (…) Sentii qualcuno dietro di me gridare. Via, via! Sparano! Sparano! E allora scappai. Non li guardai più perché non erano più la mia – la nostra – sicurezza. Erano il nemico, adesso.

THE END.
Quella notte (…) novantatré cittadini italiani e stranieri sono stati massacrati con una violenza che pensavamo esistesse solo al cinema o in tempi e luoghi diversi dal nostro paese (…) Nessuno ha mai cercato questi novantatré cittadini per chiedere scusa.


Tra giovedì 19 luglio 2001 e domenica 22 luglio, a Genova si tenne la riunione dei governanti degli otto paesi più industrializzati (il cosiddetto G8). Per l'occasione, i movimenti no-global (il popolo di Seattle) e le associazioni pacifiste di tutto il mondo si diedero appuntamento per manifestare, come già era avvenuto in altre precedenti occasioni analoghe, contro la politica dei paesi industrializzati, incurante degli interessi e dei bisogni dei paesi più poveri.
Per ragioni che non sono mai state chiarite fino in fondo (sono stati aperti più di 250 procedimenti penali contro i rappresentanti delle forze dell'ordine per lesioni ingiustificate, ma tutte le indagini sono state archiviate per l'impossibilità di identificare gli aggressori), le forze dell'ordine italiane caricarono la folla dei manifestanti.
Gli scontri e i tumulti andarono avanti per tutti e quattro i giorni del G8 e culminarono con due vicende tristemente note: la morte di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso - il 20 luglio - da un colpo di pistola alla testa sparato da un carabiniere, e l'assalto della polizia alla scuola Diaz - dove alloggiavano 93 persone, per lo più giornalisti stranieri - il 21 luglio.
La versione ufficiale della polizia italiana è che si trattò di una normale perquisizione, ma la verità è che gli agenti fecero irruzione nella Diaz in assetto antisommossa, picchiando furiosamente e alla cieca e arrestando, senza una reale ragione per farlo, tutte le persone presenti. Tra queste, 63 riportarono traumi fisici di varia entità; una persona restò in coma per due giorni.
Nell'arco dei quattro giorni di scontri, oltre 250 persone furono arbitrariamente arrestate e detenute, in regime di violazione dei diritti legali, civili e umani, nella caserma Bolzaneto. La maggior parte degli arrestati riferì di essere stata sottoposta a torture fisiche e psicologiche.
Di tutto questo, oggi, resta soltanto una piazza, a Genova. Sulla targa si legge: Carlo Giuliani, ragazzo.


30 giugno 2008

Note
Le citazioni in corsivo sono tratte dal libro di Roberto Ferrucci:
Cosa cambia
(Marsilio, 2007)

Roberto Ferrucci è nato a Marghera, nel 1960.
È scrittore, giornalista, traduttore, fotografo, autore radio-televisivo e regista. Da anni firma articoli di sport, cultura e letteratura per molti giornali italiani, tra i quali Il Manifesto, L’Unità e Liberazione.
Dal 2002 insegna Scrittura creativa alla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova.
Per Marsilio ha curato il libro Pane e tulipani, sull’omonimo film di Silvio Soldini. Suo il contributo alle location del film, ambientato a Venezia.
Come traduttore si è dedicato principalmente all’opera di Jean-Philippe Toussaint.

Fra gli altri suoi romanzi ricordiamo:
Terra rossa (Transeuropa, 1993 / Fernandel, 1998): ambientato negli anni ’80, su quel campo di tennis che fu teatro di una storica sconfitta di Bjorn Borg.
Giocando a pallone sull’acqua (Marsilio, 1999): epica avventura calcistica, che racconta il ritorno in serie A, dopo 31 anni, del Venezia di Alvaro Recoba (Premio Selezione Bancarella 2000).
Andate e ritorni. Scorribande a nordest (Amos, 2003): un on the road in Vespa attraverso l’Italia del Nord-Est (finalista al Premio Settembrini 2004).

Dispone di un blog personale sul quale è possibile trovare immagini, assaggi, paesaggi dell’anima.