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Prendiamoci il tempo di un “ma”
Kimihito Okuyama | 15-01-2008 | ITA
Con l’essenzialità di un haiku, Kimihito Okuyama ci porta, attraverso un monosillabo, direttamente al cuore della filosofia moderna: da Kitarô Nishida a Merleau-Ponty, da Dogen ad Heidegger, passando per Husserl e Bergson.

C’è una nozione molto importante, nella cultura giapponese, che appartiene all’architettura, come alla decorazione d’interni e dei giardini, alla pittura, alla calligrafia, alla musica, al teatro Nô, alla danza “buyo”, alla cerimonia del tè, all’ikébana e alle arti marziali. Nozione che consiste nel non dissociare, nella percezione del mondo, lo spazio (sebbene in francese esso abbia un significato soprattutto fisico e visuale) che si situa tra le forme, gli oggetti, i suoni, gli esseri stessi. Nozione di relazione che è espressa dal “MA”.

Tra le difficoltà di comprensione che separano la cultura occidentale e quella dell’estremo oriente, e in particolare quella giapponese, ci sono proprio quelle nozioni che esistono solo nell’una o nell’altra cultura o in entrambe, ma non con la stessa importanza.

[…]

Talvolta, in giapponese, facciamo uso dell’espressione “misurare il MA” o, ancora, “prendere il MA-AI”. Quando la utilizziamo, in riferimento a un’arte marziale, […] intendiamo l’atto che nasce dal fronteggiare il proprio avversario, la valutazione della giusta distanza, del momento opportuno per l’assalto o la difesa.
Un tempo, prima di diventare una forma di sport, l’arte del combattimento metteva l’individuo alle prese con la propria vita, sebbene all’interno dello spazio del “MA”, quello spazio che c’è tra sé e l’avversario, nel quale si gioca la sfida tra la vita e la morte.

[…]

Nell’uso corrente della parola “MA”, quale termine di spazio-tempo, troviamo una tensione simile a quella delle arti marziali, o della sfida tra la vita e la morte che vi soggiace. Senza questa tensione estrema, fondata sulla vita o la morte di un essere, il “MA” non sarebbe altro che un semplice spazio tra le cose, tra gli esseri, nulla più che una distanza, un interstizio, un intervallo tra i suoni. Questa “tensione” potremmo definirla forza “mentale, spirituale”.

[…]

Il “MA” nasce con le cose e con il tempo. Ma non è un’entità, una presenza a sé stante.
Potrebbe essere una distesa sconfinata.
È stata messa una pietra. Ma questo non è ancora il “MA”.

Viene messa un’altra pietra. Allora, tra pietra e pietra, nasce uno spazio…

[…]

È la forza del “MA”. Il “MA” chiama il silenzio e il silenzio del “MA” conduce in modo sotterraneo al Vuoto. Sulla linea del “MA”, il suono e l’assenza di suono, l’essere e il non-essere si incontrano e creano una tensione.

[…]

Stando alla tendenza contemporanea verso una cultura sempre più sterilizzata, il “MA” (o meglio: anche lui), alla fin fine, è dunque destinato a sopravvivere solo come problema estetico, decorativo e visuale?

15 gennaio 2008
La traduzione italiana è di Francesca Garofoli.

Testo originale:
Okuyama K.
Notes sur le “ma”
(trad. dal giapponese dell’autore, con la collaborazione di Camille Dehaupres)
Atelier du Lierre
2004, pp. 38
(tiratura limitata di 50 esemplari numerati)

Per averci fatto incontrare questa piccola perla, si ringrazia:
Librairie des Prés
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di Jacques Mogenet
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