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L’Ucraina “kult” di Deresh
Gianfranco Franchi | 25-03-2008 | ITA
Benvenuti nella nuova Ucraina libera. L’incubo sovietico è finito. Il nemico è scappato, è vinto, ma ancora non è battuto. Dalle pagine di un giovanissimo scrittore autoctono: Ljubko Deresh.

Leopoli, antica capitale della Galizia absburgica, oggi Ucraina, è una delle realtà reduci del regime socialista sovietico. Prima di diventare Ucraina, è stata città della Polonia e, come tale, ha vissuto i sanguinosi conflitti tra polacchi e russi, ostinati tiranni d’un popolo che ha faticosamente conquistato l’indipendenza. Faticosamente e orgogliosamente, forse non dignitosamente: non si riesce, sembra, a trovare adeguato equilibrio interno.

Le fazioni in causa, allo sguardo di un europeo mediterraneo, sono quella filo-occidentale (nessuno dimentica gli “arancioni”) e quella filo-russa. Probabilmente la questione non è così semplice: non è solo opposizione tra liberali e socialisti nostalgici. L’impressione è che il dramma ucraino sia quello classico delle terre di frontiera, composte da diverse etnie: terre massacrate dal periodico cambio di bandiera.

Il problema allora è la definizione e la consapevolezza della propria identità. E cosa poteva figliare questa Leopoli, città d’arte dai tanti (troppi?) nomi?

Kult. L’opera prima di Ljubko Deresh – o almeno come tale ce la presenta il suo editore italiano – è una splendida allegoria dello stato d’animo dei giovani intellettuali ucraini. La realtà si dissolve e muta contorni con una certa facilità, ché basta averne la predisposizione. Si ricerca la psichedelia, la distorsione delle percezioni, per poter avere una visione adeguata della difformità e dei contrasti della patria. Si annienta l’uniformità dell’io, la prevedibilità della trama, sforando nel fantastico-orrorifico, quando à la Lovecraft, quando à la Bulgakov: alla ricerca d’un’essenza che forse non c’è, e che se solo fosse svelata costituirebbe una direzione da intraprendere con determinazione e dedizione.

Mi attendevo esattamente questo, da un giovane ucraino classe 1984: la negazione del decrepito, marcio e fatiscente realismo ideologico sovietico; la fantasia lasciata libera di galoppare, a briglie sciolte; l’emersione dell’incubo inconscio d’un nuovo rovesciamento della realtà; la ricerca d’una definizione di ciò che è reale; la battaglia per decifrare le tante voci che pretendono d’essere patria. E che vorrebbero imporre confini e leggi, lingua e cultura.

Indubbiamente un romanzo atipico e promettente, del tutto estraneo a quello che qualcuno vorrebbe fosse il vuoto post-caduta di uno degli “Imperi del Male”. Kult è un libro complesso, stratificato, pieno di vita e di intelligenza, caratterizzato da una pioggia di citazioni e di omaggi non sempre correttamente decifrabili; ma in ogni caso mai rivolti a est, sempre e coraggiosamente e orgogliosamente ucraini, mitteleuropei e occidentali.

Il protagonista del romanzo è un giovanissimo professore di biologia, Jurko Banzaj, che corregge chi pronuncia le parole alla russa, per capirci. Ne ha piena ragione. È ora di tornare all’essenza, e di rinunciare alla servitù. È l’ora dell’orgoglio e del coraggio. Sarà un caso, ma la prima nazione ad aver ripubblicato e tradotto questo libro è stata la Germania; l’Italia subito dopo.

Dicevamo che l’editore italiano presenta il libro come quella che dovrebbe essere l’opera prima di un sedicenne scrittore esordiente ucraino. Scrivo “dovrebbe”, perché – pure con prevedibili difficoltà – ho dragato il web in cerca di notizie biobibliografiche chiare, puntuali e attendibili. L’impresa, è bene chiarirlo subito, non è riuscita del tutto. Da quel che risulta su Wikipedia tedesco, il vero esordio di Deresh è Die Anbetung der Eidechse. Oder: Wie man Engel Vernichtet (traduzione letterale: “L’adorazione della lucertola, o come si annientano gli angeli”).

Da Simone Buttazzi apprendiamo che “Deresch è autore di quattro romanzi e di numerosi racconti. Il suo secondo romanzo, Kult, è uscito nell'ottobre del 2005 per i tipi dell'editore tedesco Suhrkamp. Il suo romanzo d'esordio… è uscito nel novembre del 2006 sempre presso Suhrkamp. I romanzi di Deresch prendono a modello la letteratura fantastica e orrorifica di Lovecraft, Poe e King. Contengono svariate allusioni a questi autori, così come alle opere di scrittori ucraini classici e contemporanei. Nell'estate del 2006 Deresch si è laureato in Economia presso l'Università di Lemberg. Al momento, campa di scrittura”.

Wikipedia tedesco può sbagliare? Naturalmente, immagino di sì. Eppure, stando a BusinessWeek, il giovane ucraino ha già pubblicato cinque romanzi. A questo punto, prendo a cuore l’opera omnia di Ljubko Deresh. Sperando in una prossima, limpida evoluzione politica.

Bene. A chi consigliare di leggere le vicende di Jurko Banzaj, il protagonista di quest’opera? In prima battuta a chi è interessato ad accostarsi alla cultura ucraina; in seconda battuta a chi ama Lovecraft: ai suoi cultori posso assicurare che rimarranno ampiamente soddisfatti della rilettura e dell’interiorizzazione della lezione del maestro. Quindi, a chi vuole avanzare per il sentiero tracciato da Castaneda: qui il Don Juan è chiamato in causa sin dalle prime battute e la rotta è quella del sogno lucido.

Ancora: consiglio la lettura agli amanti del prog rock, della psichedelia, del rock. Tra i nomi o le allusioni che vi suoneranno famigliari, stabilendo le premesse per certe atmosfere, ecco King Crimson, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, quindi Creedence Clearwater Revival, Jimi Hendrix, The Doors. Infine… e con qualche cautela: a chi ha amato Il Maestro e Margherita di Bulgakov, per via della nuova rappresentazione d’un volo e d’una sovrapposizione di realtà. Le cautele sono dovute alla natura lisergica di questi voli: dichiarata in ouverture (il protagonista ha già conosciuto tre rianimazioni per via dell’ingestione di funghi inadatti), efficacemente rappresentata nella narrazione.

Una narrazione d’un tratto febbrile, caotica, al confine con la decifrabilità: apparentemente estranea alla coerenza, annebbiata dall’utopia. Perché quella è la meta. Da sempre: il non luogo, incarnazione del sogno di chi cerca – come lo Jurko di Deresh – di accedere alla Biblioteca di Babele, lingua delle lingue, conoscenza universale, principio della liberazione nuova.

L’opera principia nei giorni da insegnante, in un liceo, d’un giovane e brillante studente di biologia, prossimo alla laurea. Scaraventato in una località sperduta, si ritrova tra cittadini che fanno incetta di candele in previsione del prossimo black-out. Ha vicini odiosetti, bizzarri e poco comunicativi. Con i colleghi il rapporto non sembra formarsi neppure. Gli studenti sono una casta con la quale bisogna fare i conti, tra chuvaki (sinonimo di “informali”) e patsany (sinonimo di “formali”), come sunniti e sciiti nell’Islam, secondo l’autore.

Intanto Jurko fuma, beve, dorme, prepara le lezioni e pensa a lei. Lei è inevitabilmente una sua allieva, Darcja Borges, lettrice di King e di Vonnegut: una maloljetka, “come dicono a Kiev”, ossia una minorenne. Predisposta alla percezione di altre realtà: bellissima e seducente. L’esito non è del tutto prevedibile.

Benvenuti nella nuova Ucraina libera. L’incubo sovietico è finito, Ljubko. Il nemico è scappato, è vinto, ma ancora non è battuto.

Ljubko Deresh
Kult
Lain, 2007
pp. 253; euro 14,50
(progetto grafico Maurizio Ceccato)

Ed. orig. ucraina
Knyzhnyk, 2002

Questa recensione è comparsa, in forma più estesa, su Lankelot, (9 ottobre 2007).
La presente versione è stata rieditata dall’Autore.

Per chi volesse approfondire in rete la conoscenza della letteratura ucraina contemporanea si consiglia l’articolo (in inglese) di Tymofly Havryliv su Eurozine.