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Fotografare la guerra
Daniela Basso | 25-11-2007 | ITA
Il paradosso di ogni guerra, ritratta nella sua quotidianità. Assurda prima ancora che vera. Considerazioni dalla World Press Photo 2007.

Una macchina decappottabile. Una Mini rossa che avanza tra le macerie. Giovani libanesi si guardano attorno increduli. Tutto in loro è perfetto, tranne il senso di disagio. Non sappiamo nulla di quello che li precede. Conosciamo il momento: avanzano guardando le macerie di una guerra che vorrebbero lontana dalla loro gioventù - così simile ai modelli usciti dall'ennesima rivista di moda - da quel senso di ostentazione e benessere, che possiede qualcosa di disperante e ottuso come le macerie che li circondano.

Spencer Platt È una scena di vita quasi quotidiana. Se non fosse per lo sfondo: 15 Agosto 2006, Haret Hreik. Quartiere alla periferia di Beirut, in Libano. O quello che ne resta dopo un bombarmento israeliano di quasi cinque settimane. È bastato un sospetto, o poco più, per decretarne la fine: quello che le abitazioni sventrate offrissero riparo a militanti Hezbollah.
Il ragazzo alla guida guarda imperterrito di fronte a sé, negli occhiali scuri di chi è accanto al conducente si riflettono le macerie dell'attacco. Una ragazza si tappa il naso con il fazzoletto infastidita dall'odore della morte. Un'altra con il telefonino scatta una foto come una qualsiasi turista. Noi come loro avanziamo con disagio, abituati ad altre immagini, ad altre realtà.

È la foto simbolo del 2006: la World Press Photo of the Year.

Chi l'ha scattata è Spencer Platt, fotografo americano e reporter di guerra da molti anni: "Penso che in Libano questa foto crei un certo disagio, in alcune persone, perché è come uno specchio. Per loro va bene se noi giornalisti documentiamo le sanguinose conseguenze del bombardamento israeliano, ma non se puntiamo la macchina fotografica sulle contraddizioni della guerra. Dovendo servire a qualcosa, questa immagine potrebbe essere l'inizio di una conversazione. Chiede a chi la guarda di riconsiderare gli stereotipi sulle vittime di guerra".

E non è facile fotografare la guerra, trovare la verità nelle immagini: "A volte era stressante lavorare in Libano, non sapevamo mai se ciò che avevamo di fronte era inscenato appositamente a beneficio dei giornalisti o era autentico. In Medio Oriente hanno imparato a servirsi con grande astuzia dei mezzi di comunicazione. Sono consapevoli del potere delle immagini più di chiunque altro al mondo. In molte occasioni, io e altri giornalisti abbiamo avuto il sospetto che ciò che vedevamo non era quello che stava realmente accadendo. Quello di cui sono più orgoglioso è che l'immagine che ha vinto il premio è un ritratto fedele di Beirut nella turbolenta estate del 2006".

Ancora un'immagine, intessuta di guerra e quotidianità. Una giovane sposa accanto a un uomo vestito da Marine. La divisa ricamata di medaglie. È il giorno del loro matrimonio: abito bianco e bouquet di fiori. L'uomo, il marito, si chiama Ty Ziegel, ferito durante un attentato in Iraq. È rimasto completamente sfigurato, praticamente senza volto.

Nina Berman La foto è di Nina Berman: primo premio nella categoria "ritratti" della World Press Photo, l'organizzazione senza fini di lucro fondata, nel 1955 nei Paesi Bassi, allo scopo di promuovere e sostenere il fotogiornalismo professionista nel mondo.

Attraverso il catalogo della World Press Photo, pubblicato ogni anno in sei lingue (in Italia da Contrasto), e la mostra itinerante che attraversa 45 paesi (per chi avesse perso le tappe romane e milanesi di maggio, c'è ancora l'opportunità di visitarla a Lucca, a Villa Bottini, dal 24 novembre al 16 dicembre), ci ritroviamo - noi stessi stranieri in terre di guerra - a vagare spaesati dentro realtà delle quali, nonostante la comunicazione globale, non conosciamo l'orrore quotidiano. Forse perché una foto, in quanto immagine senza movimento, ci costringe a fissare i dettagli. Non è transitoria, non sfugge al presente, anche se già lontano. Una fotografia costringe chi guarda a fissare. Anche dinanzi al disagio di corpi dilaniati, corpi a terra, feriti, torturati, irriconoscibili tra le macerie. Il corpo ovunque, e senza riparo; davanti al quale non possiamo distogliere lo sguardo.