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About a boy
Claudia Bonadonna | 25-11-2007 | ITA
Intervista impossibile a Breece D'J. Pancake. Ritratto dello scrittore americano che avrebbe potuto superare Hemingway. Se non fosse morto a 26 anni, lasciando un solo libro di 12 racconti. Indimenticabili.

Nell'aldilà piove. Non l'avrei mai creduto possibile. "Oh sì, molto più spesso di quanto si pensi", mi dice il ragazzo biondo col camicione a quadri. "Ma è una pioggia bella, piccola, piccola. Non dà fastidioÂ…". Tutt'intorno si respira odore profondo di foresta. Odore verde scuro. Camminiamo per un po' senza parlare, io e il ragazzo, una dietro l'altro. File di alberi altissimi e timida erba che scivola sotto i piedi.
"E' questo il tuo immaginario?", gli chiedo con un filo d'apprensione.
"No, sei tu che mi immagini così".

ABOUT A BOY

Dunque la mia selva oscura è una foresta di conifere su cui cade una pioggia leggera. Il mio Virgilio ha una folta barba chiara, sguardo sfuggente e gentile, un buffo cappello da golf, e si chiama Breece Pancake.
"Posso chiamarti D'J?", cerco di rompere il ghiaccio.
"No", lo ricompatta lui.

Per un banale errore di battitura, nella prima edizione dei suoi racconti, il secondo nome Dexter era diventato D'J. Si dice che Breece non lo corresse mai. Si dice che in quella breve stagione tra il Settantasei e il Settantanove in cui scrisse, andò a caccia, litigò nei bar, cominciò l'incarico di assistente universitario e diede all'Atlantic Monthly il primo dei suoi dodici racconti, fece di quel refuso un piccolo alter ego letterario. Forse per tenere gli altri al di fuori dei suoi segreti. Si dice anche che patisse la differenza sociale coi suoi colleghi borghesi. Che fosse un'anima divisa in due, un po' socializzata e un po' brutale. Come la Virginia brumosa da cui veniva.

"E' così, Breece?". Lui sorride cortese e impenetrabile e corre avanti con confidenza sospetta sul terreno che - dice - ho immaginato per lui. Arranco e ansimo e non lo perdo di vista. Ho già capito il suo gioco: lasciarmi riempire tutti gli spazi bianchi. Fare finta che abbia sbagliato ipotesi. Possibilmente seminarmi. E' un osso duro, Breece, anche se non lo ammetterà mai. Uno che non si concede facilmente. Che si lascia dire, magari annuendo qui e là. Che con dolcezza ti chiude in faccia la porta del subconscio.
Neanche dovrebbe farla la guida, a rigor di dottrina. Non da quando in quella notte senza luna né parole del 7 aprile 1979 ha deciso di spararsi un colpo di fucile in testa e dire basta ai suoi ventisei anni da promessa letteraria - lui che rinnegava il conforto teorico dell'arte e diceva di avere "soltanto l'esperienza". Eppure qui tutto sembra possibile. Qui, in questa foresta bellissima e opprimente, inferno e paradiso sembrano intrecciarsi in modo inestricabile.

"Sei tu che ci proietti sopra le tue angosce". Breece d'improvviso è vicino a me, attaccato al filo dei miei pensieri. Insiste con l'idea che sia stata io a creare tutto questo, ma non mi lascio ingannare. Questa foresta sa di antico. Sa di memoria e di rabbia. Qui vivono le sue, di paure. La fredda luce dell'alba e il sangue caldo del cervo scuoiato dal cacciatore. Sono le stesse che si leggono nelle sue storie schive e struggenti. Nell'eleganza austera dei suoi ritmi da ballata. Nei silenzi lunghi e densi come il nostro cammino.

Gli dico che con lui ho conosciuto l'America degli Appalachi. Il West Virginia desolato e indurito; povero di una povertà che non è più rurale e non ancora industrializzata. Un nucleo oscuro di cave e foreste.

Gli dico che non mi ha sorpreso, lo scorso gennaio, scoprire che lì esistono ancora minatori che rimangono intrappolati nelle viscere della terra. "Sono morti in dodici", mi dice Breece. Su giornali e tv immagini di familiari in lacrime con felpe consunte e jeans rattoppati. Poveri davvero. Il mondo pareva incredulo, l'America certamente lo era. "La gente dimentica in fretta - mi dice ancora con saggia mestizia - Dimentica il carbone e le fonderie, le compagnie minerarie e i loro eserciti privati. Le tragedie passate".
Lui ha raccontato le vestigia di questo sviluppo abortito e l'umanità deprivata, proletaria e febbrile che gli è sopravvissuta. Giovani pugili e vecchi minatori, vagabondi infelici e ragazze da bar; reduci di guerra; padri morti o ubriachi, figli fuggiti, madri petulanti malate e pazze. "Oh sì, li frequento ancora tutti".

Gli dico che i suoi sono frammenti di un mito lieve. Che la sua è la materia perfetta della leggenda. Reperti sottili seppelliti da decadi di mode e scritture. Sopravvissuti. E rilanciati al tempo dal rincorrersi tenace di archeologi estimatori. "Me ne sono andato per sottrarmi a tutto questo", alza le spalle lui.
Penso invece che l'abbia involontariamente foraggiato. Penso al suo suicidio clamoroso, così simile a quello di Cobain. Penso al furore compresso che li accomuna, alla necessità di una sfuggevolezza da perseguire anche al costo della vita.

Breece è per la prima volta davanti alla mia faccia e mi guarda con fare divertito: "Chi, il biondino di Seattle?". Ammutolisco per la sorpresa che possa conoscerlo davvero. "C'è qualcosa di sbagliato in quel ragazzo. Si adombra per un niente". Adesso mi prende spudoratamente in giro.
"Questo non lo hai detto tu!", mi faccio valere.
"Vero, è stato Burroughs. Buon vecchio Will, non ci sta sempre con la testa, ma certe volte ha delle intuizioni geniali". Sembra soddisfatto del mio sconcerto, quindi si lascia andare. "Io non c'entro niente con l'ansia generazionale che avete attribuito ai Nirvana". La mia mente pullula di coincidenze impossibili. "Io guardavo oltre, guardavo per me".
E intanto intesseva trame pesanti di una tristezza remota, intense di una vita travolgente vissuta chissà quando. Gli dico che è proprio vero quello che ho letto di lui una volta da qualche parte, che "non solo imparava velocemente le cose, ma le invecchiava in fretta".
"L'ha scritto John Casey, studiavo con lui all'università della Virginia". Breece è sempre un passo avanti. Letteralmente.
Ancora un tratto di silenzio.

Lo osservo camminare coi pugni stretti in tasca come appresso a qualche altra urgenza. Lo immagino col fucile da caccia a bordo della sua vecchia Volkswagen, su qualche strada sterrata in mezzo a vecchie montagne. Immagino un torrente che non c'è più. Immagino il ragazzo triste che era. Studente brillante, scrittore un po' alieno, attaccabrighe da pub, pescatore gentile col vezzo di regalare fossili.
Emana ancora uno strano tramestio.

"Le tue tasche tintinnano!", realizzo all'improvviso.
"Eh?!". L'ho strappato a un altro dei suoi pensieri.
"Le tue tasche - indico col dito - Tintinnano". Sorrido debolmente cercando di non sembrare molesta.
"Ah, questo". Apre la mano e mostra un mucchietto di mostriciattoli pietrificati.
"Conchiglie?", azzardo scettica.
"Trilobiti".
Note
Breece D'J. Pancake
Trilobiti
ISBN edizioni, 2005